“ Cantunsì de Paradìs ”nelle contrade di San Paolo

Itinerari, Chiesette, Santelle
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Introduzione a chiesette campestri, santelle, edicole votive, dipinti murali e crocifissi

In questa sezione vogliamo navigare fra muri e ricordi già persi, o che si stanno perdendo, in recessi di una memoria forse più devastante e forte del tempo che con implacabile degrado ha accarezzato tutto attraverso le sue stagioni .
Questa nostra ricerca, con tutti i limiti che le riconosciamo, è voluta non solo per una possibile fruizione, ma anche per il recupero di un nostro patrimonio da custodire, silenzioso testimone di valori da conservare, fatto non solo di muri e dipinti, ma soprattutto di memorie, cultura e, purtroppo, identità sbrecciate.
Una memoria persa di qualcosa di nostro: chiesette campestri, santelle, edicole votive, dipinti murali, crocifissi , che erano visti come parte integrante della vita di tutti i giorni.
Una presenza colloquiale e amica, che rassicurava e proteggeva i viandanti occasionali o chi vi si fermava nei pressi dopo il faticoso lavoro nei campi, non sempre allora generosi elargitori dei buoni frutti della terra.
Collocati non certo casualmente, questi tempietti campestri con la loro esistenza nel silenzio dei campi vicini, a volte bagnati dal fruscio dei fossi copiosi d’acque, erano come zolle di pace a vissuti a volte terribili e carichi di morte nell’esperienza degli uomini.
Erano allora (oggi non più) il limite estremo del vivere terreno di chi trovava nel motivo sacro d’ispirazione l’espressione della propria religiosità contadina. Erano luoghi dove gli uomini camminavano per rinvigorire le proprie radici nella profondità della terra e, con la loro presenza, erano il segno che rendeva sacro lo spazio delle vicine fatiche quotidiane.

Basta soffermarsi con attenzione vicino a questi segni silenziosi, imparare di nuovo a leggere i segni del tempo, riabituando i nostri occhi , avvezzi a vedere il frenetico scorrere di immagini a noi estranee e disabituati a guardare con calma ciò che nel silenzio infonde serenità di pensieri.
Lo spazio materiale di quei segni coinvolgeva, prendendo per mano chi li accostava, quasi inglobandolo in un’atmosfera che comunicava la loro essenza spirituale, faceva sentire addosso lo sguardo benevolo di quei sacri dipinti ai quali molti offrivano le proprie ansie, i timori, le speranze, nell’attesa di intercessioni per il “buon vivere“. Essi divengono luoghi vivi, quanto più si vive attorno a loro.
L’edificio e il dipinto religioso hanno in questi luoghi una forte valenza sociale: esprimono, cioè, un’arte che doveva come regole nel monotono trascorrere di eventi, “saper rompere le regole del tempo e del luogo“ e in chi guardava dovevano creare meraviglia per l’arte, come immagine fedele, mai fine a se stessa, ma fatta per accrescere la devozione per il divino.

L’arte ispirata al sacro, e il cui destinatario è il popolo, era un linguaggio rivolto agli “analfabeti dello spirito” ma comunque trasmetteva certezze e tutto sommato, era rassicurante, diveniva strumento di salvezza per coloro che lo accettavano.
E’ arte genuina e povera che presuppone la partecipazione attiva degli spettatori, Chi la contempla deve crederci, viverla. La stessa collocazione delle immagini devote nelle cascine, nelle vie, è la prova che la religiosità espressa è tutt’uno con le vicende familiari, un intreccio fra umano e il divino, le esigenze del vivere quotidiano e le sue radici affondate nella fede popolare.
La fede è quindi alla base della fondazione delle santelle: ne sono testimonianza, oltre alla cura devota nella costruzione, le immagini che sbocciano dai muri, rappresentative di Madonne delicate ed eteree, di Redentori gloriosi, di santi mistici e rapiti.
Dipinti con pennellate di colore che intendono dare profondità all’insieme, a volte con semplice ingenuità artistica, sono espressione di autentica voglia di vivere.
Attraverso l’immagine infatti si può arrivare a far intuire a persuadere che ciò che non é presente può diventare realtà.
Che la salvezza, anche per noi scettici, è lì a portata di tutti, basta allungare una mano per poterla quasi toccare .

Si pone, a questo punto, in maniera impellente il problema della corretta ristrutturazione di questi luoghi a noi cari, sottoposti spesso a disinteresse, talora ad offese, quotidianamente ad un lento declino .
In qualche caso vi è da lodare la sensibilità di privati, che hanno inteso conservare , anche in ristrutturazioni drastiche, luoghi e dipinti; più spesso si riscontrano operazioni di restauro radicale con esito non proprio felice, mentre non sempre si è in presenza di genuina attenzione al recupero e al mantenimento di questi luoghi di culto popolari.
Il recupero, se correttamente attuato, è salvaguardia non solo delle strutture fisiche del luogo, ma diviene archivio di memorie di fede, di tradizioni, di cultura della nostra gente.
Questi nostri dipinti rischiano di perdersi irrimediabilmente, e assieme a loro la nostra memoria più genuina. Se questa esigenza di salvaguardia non è avvertita dai privati, ancora più grave è l’indifferenza e la latitanza degli Enti Pubblici.
Senza interventi pubblici di indirizzo e di aiuto infatti è utopistico che i privati diventino promotori di restauri.
Eppure il risultato di un’opera sistematica porterebbe ad una sorta di pinacoteca all’aperto delle forme di arte minore, che valorizzerebbe non poco il territorio sul quale le immagini sacre sono distribuite.

Alfredo Seccamani

Cantunsì de Paradìs nelle contrade di San Paolo

L’inedito itinerario che vogliamo proporre nelle nostre contrade, fra questi frammenti artistici che si ripresentano a noi, si disvela al ritrovato viandante con un coinvolgimento misto ad una trama di sensazioni e sentimenti che richiamano le nostre memorie: la dolcezza del paesaggio autunnale, il verde che ci circonda, e l’azzurra serenità di un ritrovato cielo, contribuiscono poi ad accrescere la nostra curiosità.
E’ l’immersione totale, disincantata partecipe suggestione, la chiave d’ingresso per un viaggio sul nostro territorio che può ritemprare e rigenerare, inducendo a rinnovare emozioni, oppure, dopo che gli occhi hanno visto tutto quanto, fornire reazioni di indicibile tristezza. Condotti per mano da un filo invisibile, coloro che vorranno leggere fra i rimasti anfratti dei “segni“ sentiranno impellente la necessità d’intervenire favorendo e sollecitando pubbliche e private iniziative di restauro, censori severi verso i guasti del presente ma rispettosi della memoria del passato.

SANTELLE

1 “ Santa Maria “ Cascina Passere Cremezzano

Nei pressi di Cascina Passere, unica localmente, a ponte sopra il vaso irriguo Trombone, con l’afflusso d’acqua che le dà sembianze veneziane.
I conti Fenaroli, tuttora proprietari, la eressero a ricordo di un congiunto, per lo scampato pericolo dopo una non precisata battaglia a inizio del 1700, a lato di un’antica strada, ora scomparsa che collegava Barbariga a Pudiano, vicino al rio Provaglia, che ora ha un ampio guado nei pressi dei resti dell’antico ponte. Negli anni ’50 ci fu un restauro voluto dai cremezzanesi per ringraziare degli scampati pericoli dell’ultimo conflitto. I dipinti originali si conservarono fino agli anni 80, quando un’avventato tentativo di ristrutturazione li distrusse. Il tentativo maldestro di ridipingerla ha vistosamente alterato l’originale messaggio pittorico, che, seppur consunto, era testimonianza originale dell’epoca e delle motivazioni dell’edificio sacro. Ora le approssimative figure, per nulla conformi agli originali, raffigurano frontalmente la Madonna di Caravaggio. Sui lati invece quale monito contro la guerra, sono dipinte armi spezzate e rese innocue, mentre accanto, sono malamente rappresentati l’attentato al papa Giovanni Paolo II, la disgrazia del Pozzo di Vermicino, e altre simbologie moderne .
Il pavimento e l’altare, rifatto da poco tempo come ex-voto da un’artigiano locale, manifestano ordine e pulizia, mantenuti con puntualità e devozione dai “vicini di casa” della santella.
Vi troviamo queste iscrizioni:
IRRUENTE -BELLO -UT-MILITES-VICTURE INCOLUMES-REDENTNOB.FAM.FENAROLI-HOC- SACELLUM RESTAURAVIT-ET FAM. MACCAGNOLA DECORAVIT- ANNO SANTO -VERGINALE -MCMLVI

2 “La Passione” – Brolo a Sud di Cremezzano

In dignitosa solitudine, isolata nei broli a sud di Cremezzano, a protezione dei raccolti che le famiglie ricavavano dai piccoli appezzamenti di terra preziosa.
D’incerta datazione è patrimonio della famiglia che la custodisce con rispetto mantenendo viva la devozione e la manutenzione. E’ purtroppo, in modo inappropriato, soffocata sul lato est da una cinta muraria a confine di proprietà agricole. Rivolta ad ovest, ha le pareti esterne di mattoni a vista, e come accesso due battenti di legno che chiudono agli sguardi l’interno: uno spazio a pianta quadra. Il tetto, con copertura di coppi, fu rifatto dagli attuali proprietari poco tempo fa. Il soffitto, voltato a botte, è discretamente dipinto e porta al centro una colomba nel mezzo di una nuvola. Un altarino di mattoni è posto alla base del dipinto centrale, dai colori di tonalità calde che, pur al riparo da luce ed intemperie, mostra inesorabilmente i segni del tempo. Rappresenta il Calvario, con la croce ove spicca un chiaro INRI.
Il Cristo, di discreta fattura con tracce di nitido colore, é rivolto verso la Madonna in piedi alla sua sinistra. Sulla destra San Giovanni Evangelista, dai colori più tenui e più tendenti a deteriorarsi. Tutto l’insieme pittorico lascia intuire grande forza espressiva e una buona mano d’artista che può aver attinto a fonti iconografiche tipiche del rinascimento.

3 "Madonnina di Caravaggio" - Caselle

È posta sullo slargo, ideale piccola piazza di questa tranquilla frazione Caselle, e caratterizza con le sue forme eleganti e semplici il luogo sul quale si affaccia.
Un cancelletto in ferro la salvaguarda, e lascia intravvedere l’interno che, seppur piccolo, è piacevole e risulta invitante allo sguardo per un piccolo omaggio. Incassata nella parte della Cascina, è rivolta verso Est, ed è l’unica nel panorama locale ad avere un dipinto votivo su tela, dal forte valore devozionale, non disdegnando però un’innata grazia artistica. Salvaguardato da una recente, salutare e corretta rinfrescata pittorica e raccolto in bella cornice centinata che ben si integra nella nicchia.
Sulle pareti compaiono degli ex-voto, segni tangibili di devozione e ringraziamento per l’accoglimento di espressi desideri popolari, il cui ricordo non si perde lontano, ma che è ancora vivo nella memoria degli abitanti della contrada. Ben curata dalla famiglia Tomasoni, che la considera parte integrante e testimone della loro storia di “ antichi originari”, il cui nome evoca il ricordo di omonime famiglie bergamasche della Val Seriana, lavoratori dalla dura scorza e provetti allevatori di bestiame, diramate da quei luoghi fin dal 1300-1400, in tutta la pianura bresciana e contribuendo al suo sviluppo.

4 "Morti di San Martino" - Trignano

Fino a poco tempo fa alte piante le facevano da corona in un isolamento altero e dignitoso dall’alto del vallo su cui poggia. È con certezza sede del riposo degli scomparsi dell’antico cimitero di Trignano e costruita sulle rovine della prima cappella cimiteriale. Da alcuni è indicata anche come santella della peste o del colera e da sempre considerata ex-voto della popolazione di questa località per essere scampata ad una grave epidemia di peste colerica nel 1836.
Il nome che le è proprio risale all’antico culto di San Martino esistente in Trignano fin dal 1565. L’entrata ad arco immette in un ambiente rettangolare con pavimento in cotto.
Una scritta sulla facciata documentata dal Prof.Gigi Contratti ed ora scomparsa, così recitava: “Il colera devastava le genti e a quel di Trignano che ai qui sepolti pregavano, riposo perdonava”.
Lo spazio è diviso in due distinte parti: l’accesso, con tetto ristrutturato malamente mediante longheroni in ferro e travetti e l’abside cui si accede tramite un cancelletto in ferro di linea semplice. Il soffitto a volta in mattoni ricoperti da calce protegge un’aula unica e quadrata con un’altarino addossato alla parete sud, sede di miseri resti ossei e sovrastato da un dipinto consunto di pittore sconosciuto ma di discreta fattura raffigurante San Martino.
Un particolare architettonico avulso dal contesto della costruzione religiosa risulta essere l’aggiunta di poderosa e caratteristica “passerera” quadrata, sovrastante la parte sud del tetto e caratterizzata da una trama di numerosi buchi tutti ordinatamente ben allineati sui quattro lati.

5 "San Giovannino" - Fornaci Pedergnaga

Fatta costruire nel primo decennio del secolo scorso, qualche anno prima della grande guerra dall’allora parroco don Giovanni Camisani, era momentanea sosta ristoratrice sul percorso dei faticosi passi dei lavoranti delle vicine fornaci Valperga e delle loro mogli che portavano il pasto quotidiano. Destinata come sosta per i riti rogazionali, che transitandovi e sostando ne valorizzavano la funzione.
Con pianta rettangolare rivolta ad Ovest, in origine più bassa e raccolta, ha tetto restaurato di recente da appassionati (Operazione Mato Grosso) che le conferisce un aspetto più slanciato.
Tale copertura sovrasta due distinte aree e quella anteriore risulta essere un piccolo portico sorretto frontalmente da due pilastri in mattoni con muro -panca verso nord.
Il portico, esile riparo dalle intemperie, immette all’interno dell’area della santella, di pianta quadrata con piccola nicchia su cui compaiono poche tracce di colore raffigurante San Giovanni Battista bambino e una scritta sopra la nicchia: “Iste puer magnus coram domino” (Grande questo bimbo agli occhi di Dio). Fino a circa il 1965, tutt’intorno facevano corona campi coltivati a vite, meta di incursioni giovanili per cogliere anche furtivamente i dolci grappoli che maturavano al sole, mentre d’estate una “melonera” contribuiva a rendere frequentato tale luogo.

6 "Madonna di Caravaggio" - Via Mazzini Pedergnaga

Pur nel cuore del paese ne è impedita la vista ai viandanti perché situata in un cortile privato. Fu costruita tra il 1849 ed il 1950 con parte del materiale proveniente dal crollo del soffitto della chiesa madre di Pedergnaga appena terminata nel 1848 e crollata “la notte seguente l’inaugurazione con recita di vespri”.
Voluta su una proprietà famigliare da Don Luigi Bonini, economo spirituale pro-tempore dopo il defunto Don Comincioli, fu dedicata alla Madonna di Caravaggio come voto per propiziarsi la protezione da altre sventure. Tre dipinti caratterizzano l’interno, definendone l’oggetto della devozione.
I dipinti ancora in buono stato di conservazione sono però incompleti benché salvati dalla scrostatura dei muri perimetrali effettuata anni fa. Il dipinto sopra l’altarino, particolarmente sbrecciato nella parte sottostante, raffigura la Madonna di Caravaggio con sfondo che richiama, pur con variazioni, la nuova facciata della chiesa di S.Maria Nascente del Tadini e l’attiguo campanile. Sul lato destro è dipinto San Domenico, forte promotore della recita del rosario. La serie pittorica è completata sulla sinistra da San Francesco nell’atto del ricevimento delle stigmate. Meta di processioni, recite del rosario nei mesi di maggio fino agli anni 60, dal 1980 è ricoperta con rivestimento ad alta concentrazione di cemento, inadeguato per una corretta traspirazione muraria.

7 "San Ròc" - Via San Rocco Pedergnaga

Dal fondo della via dedicata a San Rocco è collegata idealmente con la chiesa Santa Maria Nascente di Pedergnaga. Ha attorno campi fertili e un avvallamento alberato verso ovest. È ancora in buono stato con la copertura in calcestruzzo che la protegge. Affidata alle cure dei contradaioli, non solo per la sera del 16 agosto festa del Santo che la vede oggetto di una partecipata, tradizionale messa serale. Indicata come Santella di San Ròc, seppure da sempre “in condominio” con San Fermo. Dalla facciata rivolta a Nord dal portale a lunetta si accede ad un’area rettangolare. Sulla parete frontale a sud una Madonna seduta col Bimbo in grembo. I dipinti sono stati rinfrescati negli anni ’40 dalla maestra Ninì Marconi grazie alla devozione popolare per San Rocco e Fermo, riconosciuti protettori di antichi culti contadini. A sinistra San Fermo, si dice fosse stato soldato di rango agli ordini di Carlo Magno, rappresentato in divisa militare con palma in mano su sfondo di un paesaggio bucolico nel quale animali s’abbeverano al pascolo.
Sulla destra, fra numerosi ex-voto, San Rocco con l’attributo delle conchiglie, segno distintivo del pellegrinaggio a Santiago de Compostela e Roma. La conchiglia “capasanta” era infatti il mezzo per attingere acqua dalle sorgenti, mentre il bordone era il ricurvo bastone dei pellegrini al quale si appendeva la zucca per l’acqua. Infine il mantello da pellegrino: il sarrochino è aperto sulla gamba per far intravedere un bubbone pestilenziale ed ai suoi piedi l’immancabile cagnolino che gli portò il pane quando era malato sul fiume Trebbia.

DIPINTI

8 "Crocefisso" - Via Mazzini Pedergnaga

Solo un’intuizione supportata da fervida fantasia artistica riesce a decifrare la tensione di questo frammento pittorico che rappresenta un Cristo in croce sulla parete rivolta a sud di Via Mazzini. Stemperato dal velo distruttivo del tempo e delle sue intemperanze atmosferiche, abbandonato a se stesso dagli uomini vigila sul distratto via vai di gente e cose. Era, per chi lo rispolvera in anfratti della memoria, pregevole opera pittorica ricca di un significato immediatamente percepibile. Ridotto ora solo a fantasma pittorico è presenza svilita. I resti di quello che era un lumino sopra il dipinto testimoniano che il dipinto veniva illuminato per renderlo ben percepibile anche nelle sere ed indicarlo come presenza viva, vigilante e protettiva sulle cose della vita e i passi degli abitanti.
L’’iscrizione inferiore recita in latino “AVE SPES UNICA”

9 "San Zeno" - Via V.Veneto Pedergnaga

Appoggiata in una nicchia sui muri perimetrali di una cascina è stata casualmente risparmiata da un’avventata intonacatura. La sua posizione rivolta ad Ovest senza alcuna protezione ha avuto nelle intemperie, nel sole cocente e nella dimenticanza degli uomini i suoi più distruttivi elementi, seppur il santo raffigurato è stato patrono di Pedergnaga ed i riti in suo onore sono stati rinnovati fino a pochi anni fa. D’impatto visivo difficile, è un residuato d’arte muraria perso ad ogni suo possibile rispettoso recupero, seppur con attenzione si intravedono i contorni della figura e tratti di colore ancora vivi solo in determinati punti che fanno intuire la qualità di ciò che era.

10 "Madonna di Caravaggio" - Trignano

Il dipinto rimane quasi nascosto alla vista di chi transita ed è posto dirimpetto alla chiesetta cinquecentesca della Visitazione di Maria ad Elisabetta dando all’insieme maggior rilievo complessivo. Incastonato in una corposa cornice in muratura che lo racchiude, e ciò che rimane di quello che mani antiche vollero fosse volto e immagine di una devozione per la Madonna di Caravaggio .
La lettura del dipinto è di difficile percezione ma il tutto è d’impatto emotivo piacevole e tutto quanto restato alla vista sarà salvaguardato dagli attuali proprietari che eviteranno insensate distruzioni. Un suo recupero conferirebbe una piacevole sorpresa.

11 "Sacra Famiglia" - Via San Martino Scarpizzolo

Una dei più dimenticati dipinti di Scarpizzolo è posto sulla parete Nord di un’antica Cascina nel centro del paese, luogo ormai da anni disabitato. Posizionata piuttosto in alto rispetto alla strada il dipinto è di discrete dimensioni; ha la parte superiore terminante con una lunetta semicircolare e i colori evanescenti fanno solo intuire i contorni sbiaditi che delineano la forma di una Sacra Famiglia con una Madonna genuflessa, il Bambino in fasce ai suoi piedi e un San Giuseppe in piedi in attenta sorveglianza. Vi è una piccola scritta indecifrabile nella parte inferiore. È posizionata in un vicolo intitolato, come risulta dal catasto Napoleonico, a un certo San Defendente, “Santo Defendente del quale non si ha ni una historia et si dipinge un huomo armato in piedi” (Archivio Diocesi Milano sez.XIV vol.67-f.47r.)

12 "San Francesco" - Vicolo Discilina Oriano

È il più indecifrabile dipinto del paese: nulla di certo e documentabile è giunto fino a noi sulla sua corretta attribuzione. È situato sulla parete rivolta ad Est di una costruzione che sorge dove vi era un “convento” o la sede di un’antica confraternita di Disciplini. L’esistenza della Disciplina è accertata fin dal 1565 quando il vescovo Bollani negli atti della sua visita scrive: “Ha 13 confratelli maschi e 22 donne ed ha i suoi ordini” e le sue “regole comprobate” (canonicamente erette) sono confermate dai decreti del 1581 di San Carlo Borromeo che ne aveva constatato l’esistenza durante la visita nel 1580.
San Rocco era il riferimento di culto dei disciplini di Oriano: vestivano una tunica bianca di lino da esibire nelle feste, con una mantellina violacea simile ad un sarrochino; tipico indumento dei pellegrini che si recavano a Roma e a Santiago De Compostela.
I riti processionali dei disciplini di Oriano, praticati fino agli anni 1930 e quindi estinti, sono splendidamente descritti da Mario Apollonio nel romanzo Intermezzo.
Il santo raffigurato sulla parete tuttavia, come rivelano con evidenza i dettagli iconografici, è certamente S.Francesco nell’atto di ricevere le stigmate.
Impercettibile traccia di una scritta alla base dell’immagine è quanto resta di una dedica al santo o di una preghiera.

13 "Madonnina" - Via d.P.Cavalli Oriano

È posta in un porticato privato e negata alla vista dei passanti da un consistente portone in legno, divenendo così protettrice privata di antica famiglia di Oriano che sanno dare ospitalità cordiale e protezione a chiunque calca il loro selciato.
Dipinta negli anni ’30 da Artemio Uberti, genuino e schietto novello pittore che misurandosi con se stesso dà volto e immagine a Maria. Rinfrescato in seguito da Giuseppe Uberti è giunta fino a noi, ma un’avventata tinteggiatura della parete ne ha danneggiato la patina superficiale e i bordi laterali coprendo la scritta sottostante, ora impercettibile: “Ave Maria”.

14 "Madonna di Caravaggio" - Via Orti Cremezzano

Solo una luce solare fa intuire i resti di questo frammento pittorico che, addossato a muri consunti, guarda a Nord sui fertili campi di Cremezzano.
Colori che si intuiscono forti e accentuati e che non rendono ora l’antico splendore di ciò che era una raffigurazione della Madonna di Caravaggio ora in inarrestabile degrado.
Nessun scritto ci rende edotti sulla sua realizzazione presumibilmente realizzata dai passati proprietari come voto famigliare e del tutto personale .

CROCIFISSI, EDICOLE VOTIVE CON STATUE

15 "Crocefisso ligneo" - Loc.tà Treponti

È il primo inconfondibile segno d’antica devozione all’entrata nelle nostre contrade. Sul punto d’incontro tra via Quinzanese e strada per Manerbio, antichi decumani e cardi romano, punto ora designato “Treponti”, limite territoriale con Verolanuova e strada per San Paolo. Un segno antico che vigila sul transito e accoglie da tempo immemore i viandanti che giungono in queste contrade è ora spettatore della frenesia di moltitudini di asfittici veicoli e impotente testimone di troppi incidenti che tragicamente caratterizzano il luogo. La sua sagoma si percepisce da lontano e caratterizza con il suo profilo il crocicchio: è invito concreto a porre attenzione al proprio cammino, sul quale pone la sua silenziosa protezione.
Il crocifisso ligneo, di pregevole fattura, ricorda le croci della Val Gardena. Non è facilmente databile; è certo opera di sconosciuto ma abile artigiano e rappresenta un Cristo espressivo nella sofferenza della croce.
È sempre adornato di fiori omaggio di devoti.
Il Crocefisso fu fatto segno di un’inconsulta offesa da parte di gradassi che lo colpirono col fucile alla spalla sinistra. L’autore dello sparo, poco dopo, restava a sua volta vittima di un fatto d’arme in paese. Ciò si ritenne consequenziale alla vecchia offesa, lasciando segno profondo anche nell’immaginario popolare.

16 "Immacolata Concezione" - Palasìna Pedergnaga

Rivolta ad Est, vede il sorgere del sole addossata alla parete dell’antica “Palasìna” alta rispetto al piano e incassata in una nicchia.
La dedica, nella devozione degli abitanti del luogo, è per la Madonna di Lourdes e propriamente l’Immacolata Concezione. La statua sostituisce quello che era un antico dipinto dal 1909 integrato nella costruzione.
Tempo ed intemperie ridussero negli anni ’40 il dipinto in condizioni pietose, tali da renderne problematico il recupero.
Ricavata la nicchia la statua fu realizzata dalla maestra Ninì Marconi, che dimostrò perizia e bravura nel dare forma e sembianze all’intuizione di fede; rispettosa dell’iconografia giunta a noi della Madonna di Lourdes. La decorazione fu eseguita dai proprietari stessi dalla forte e riconosciuta devozione. Da sempre proprietà dei Bonini, conserva con questa famiglia un profondo vincolo di devozione. Un vincolo che nonna Orsola Carlini (classe 1902) con freschezza mentale e profonda saggezza ci ha raccontato in ogni particolare, qualche tempo prima della sua serena dipartita, e il nostro attento ascoltare ridiventa come per incanto un ritornar bambini.

17 "Sant’Antonio di Padova" - Casc.Bellavere Scarpizzolo

È al limite Nord del territorio di San Paolo in un’antica cascina posta in quello che era un “Bosco forte” ormai scomparso. La statua del Santo che ha fra le braccia un Gesù Bambino è di buona fattura e ben mantenuta. Posta proprio alla destra dell’entrata della defilata cascina Bellavere, di cui è sentinella silenziosa, accoglie coloro che giungono da Scarpizzolo.
La cura dei proprietari della cascina, e un’adeguata copertura della nicchia, hanno salvaguardato la struttura in gesso, ultimamente rinfrescata da una patina di forte colore, mentre una grata leggera la protegge dal mondo esterno. Un cero acceso non manca mai. La nicchia è parte integrante della cascina, costruita da certi Bertolini negli anni inizio ottocento, su preesistente insediamento, memore di un passato che possiamo tentare di immaginare, dato il luogo dal nome di derivazione celtica “Bel -aer” carico di misteri. Il Santo, col bambinello sulle braccia e il giglio in mano, è ritenuto Sant’Antonio da Padova, ed utilizzato anche in funzione protettrice degli animali, funzione questa più propria dell’altro Antonio, l’Abate. Luogo di antiche processioni rogazionali che da Scarpizzolo, attraverso sentieri minori e la strada per Brescia allora sterrata, giungevano sul posto cariche di preghiere e di richieste di protezione.

CHIESETTTE

18 "San Carlo" - Via V.Veneto Pedergnaga

Le memorie storiche spesso tramandano ricordi velati tali da confondere un nonsochè di misterioso ed il crederci diventa l’accettazione di un qualcosa che pur non avendo salde certezze non vuole smentire ciò che giunge a noi. È anche per un affettuoso ricordo giovanile, di quel tempo sereno che ci vedeva ingenuamente rincorrerci fra i pilastri della sua facciata, nel frenetico gioco dei “quater cantù dè la cisùlina”. La “cisulina” è la Chiesetta di San Carlo in Pedergnaga, misconosciuta e quasi dimenticata testimone delle vicende del paese, la cui dedica a San Carlo Borromeo risale a tempi remoti, dopo un periodo di dedicazione momentanea di inizio novecento a San Luigi.
Le notizie storiche sulla sua origine sono alquanto nebulose di difficile verifica e collocazione storica.
È ipotizzabile una sua datazione dopo il 1580; eretta in onore di San Carlo dopo la sua visita pastorale, oppure dopo la peste del 1630. È comunque certa la sua funzione di chiesetta del cimitero di Pedergnaga rimasto funzionante fino ad essere eliminato in base agli editti Napoleonici (tesi avvalorata anche da ritrovamenti messi in luce dagli scavi effettuati tra il 1945 e il 1950). Il protiro al quale si accede tramite alcuni gradini è di forte richiamo classico e, seppur raccolto, viene notevolmente slanciato da una doppia fila di bianche colonne tuscaniche che conferiscono eleganza formale e una certa importanza a tutto l’insieme che fa accedere all’interno della chiesetta che si offre al visitatore ad una sola campata con spazio vivibile rettangolare.
Elemento questo del frontale quasi certamente ripreso dal Fadini, seppur in maniera diversa, per la realizzazione del frontale della nuova parrocchiale di Santa Maria Nascente posta alle sue spalle.
Il suo spazio interno divenne sede oratoriale dal 1882, quando il nuovo parroco don Gabriele Camisani concretizzò l’idea di formare la “compagnia di San Luigi” e di celebrare una festa in suo onore dedicandogli la chiesetta. Questa si arricchì dapprima di una statua del santo al cui pagamento della somma di lire 56 concorsero gli stessi giovani mediante “una piccola moneta ogni domenica”, statua acquistata da Don Laziardi di Brescia e collocata su di un tronetto fatto preparare da Giuseppe Lazzaroni, falegname del paese e dipinta da Giuseppe Uberti per lire 14.
Successivamente fu addobbata da un vessillo che Don G.Camisani volle progettare con un’amico: Leonardo Nava di Milano e che una ditta milanese, per l’importo di lire 140, preparò il “vessillo in seta blu, gallonato d’oro a mordente fino, recante da un lato l’effige di San Luigi e dall’altro quella di San Filippo”.
Dalla fondazione dell’oratorio e fino all’arrivo delle suore nel 1904 che si stabilirono nella casa Spalenza difronte alla canonica, la funzione della chiesetta divenne spazio seppur ridotto per ospitare anche l’oratorio femminile che andava prendendo forma e consistenza. Per addobbare l’interno si fornì anch’esso di uno stendardo “acquistato dalle suore Canossiane di Brescia, in raso bianco ricamato in oro fino, recante da un lato l’immagine di Maria Immacolata che protegge le sue figlie e dall’altro l’effige di Sant’Angela Merici, speciale patrona della gioventù femminile bresciana e costato la cifra di lire 150”.
La chiesa si presenta all’interno con una sola aula sovrastata da una campata con soffitto arcuato con tracce di dipinti e, seppur di modeste dimensioni, conserva un certo fascino fatto di semplicità estrema tale da essere utilizzata dal 1950 come pseudo grotta di apparizioni Mariame con ingombrante scenografia fittizia di cartapesta che copriva l’intera abside.
Successivamente fruita come sala per catechismo fino al 1960 e da allora non più utilizzata e lasciata in evidente stato di abbandono e degrado. Nella parte centrale del pavimento c’è un’apertura dalla quale emergono resti di una scala di legno che porta ad una cripta, probabilmente in passato usata come mortuaria: luogo interessante quanto avvolto da mistero. Cripta al cui centro, su una colonna in mattoni, ci sono i resti di gesso di quella che può sembrare un’edicola votiva oppure un vecchio tabernacolo.
Ed è in questa cripta, nei cui muri perimetrali esistono vari interventi murali, che sono state alimentate notizie infarcite di mistero su intricati e fantastici cunicoli; ancora oggi qualcuno sostiene di aver percorso e visto ingombri di miseri resti umani e frammenti consunti di armature. Questi cunicoli con direzione Oriano e Scarpizzolo, improbabili per la verità, sarebbero stati veicoli di misteriose comunicazioni fra i signorotti di allora lontane da occhi indiscreti e dai pericoli di un tempo che fu.
Ora il provvidenziale restauro esterno e del tetto, offerto da alcune famiglie locali, dovrebbe salvaguardarla anche se la cripta, con uno sciagurato intervento, è stata completamente e stupidamente riempita con materiale di scarto negandone così di fatto la vista e il suo utilizzo.

19 "Nosta Signora del Sacro Cuore" - Via V.Veneto Pedergnaga

Chi non si ricorda l’altera bellezza che fu un tempo questa diroccata e pericolante chiesa? Inglobata nel complesso che fu la scuola materna delle suore del Sacro Cuore teatro dei nostri primi approcci alla socialità esplicata con timidi contatti con gli altri.
Vi si accede dal fondo di un vicolo ed il suo frontale appare improvvisamente con ampio portone su cui compare la scritta “Venite a me Omnes” e sopra questa un’edicola rettangolare con i resti di un dipinto ove s’intravede un Cristo seduto con fare benedicente verso un gruppo di figure sulla sinistra (all’apparenza un gruppo di bambini, un dipinto simile, ma non ovviamente in questo stato, si trova nella seconda campata di sinistra del Duomo di Brescia). L’interno, appena gli occhi percepiscono nella tenue luce i contorni dello scempio che vi regna e superato il disagio dei ricordi della memoria giovanile che riemergono, consente di muoversi in un camminamento tra informi masse di escrementi di colombacci che l’hanno scelta a loro stabile dimora. Entrati ci si trova un soppalco sulla testa, sede dell’organo ora distrutto e a cui si accede tramite un’ardita scaletta ricavata a sbalzo nel muro laterale sinistro.
Sopra il soppalco una scritta “LAUDATE PUERI DOMINUM” ( LODATE FANCIULLI IL SIGNORE ) con grosse lettere dorate campeggia ad arco su uno sfondo azzurro tempestato di stelle; scritta che individuava la sua principale funzione di servizio all’annesso asilo infantile, e chiesa oratoriale. Il tetto arcuato che copre un’aula a campata unica è caratterizzato da travetti che formano quadrotti con rosoni in gesso (e paglia) e dipinti; è però sbrecciato e rovinato in più punti. Il pavimento in frantumi rialzato dava accesso alla zona absidale a forma semicircolare, che ha centralmente, in alto, una profonda nicchia su cui riferiremo più avanti, mentre ai lati dell’abside due eleganti finestre con vetri a quadretti dipinti con simboli religiosi che davano prestigio ed eleganza al tutto, col sole del tramonto che proiettava figure multicolore. Le pareti sono caratterizzate da alte finestre e da nicchie incavate, mentre sulla destra una grata traforata in legno, consentiva alle suore del vicino asilo di assistere alle funzioni lontane da sguardi indiscreti. Sui fianchi dell’abside due eleganti soppalchi con ringhiera in legni erano posti su due stanzette laterali di servizio ora ridotte a ruderi pericolanti.
La chiesa, eretta nel 1911 per volontà dell’allora parroco Don Gabriele Camisani ad integrazione al già esistente oratorio, è posta sul lato a sera dello spiazzo della ricreazione ed è dedicata a Nostra Signora del Sacro Cuore e curata nel disegno e nell’esecuzione da Don Giovanni Camisani, curato e nipote del parroco.
Come nell’edificazione di precedenti opere parrocchiali, anche in questa la popolazione ed i giovani fecero a gara per prestare la loro collaborazione. In un prezioso editoriale del 1953 Don Mario Delalio annota: “Il sig. Valperta, proprietario delle fornaci di laterizi, mise a disposizione la maggior parte del materiale mentre i lavori furono eseguiti oltre che da Don Giovanni dal capomastro Giuseppe Moggia. Sabato 28 ottobre, il Rev. Prevosto di San Lorenzo in Brescia, Domenico Pedercini, dietro delegazione Vescovile, benediceva solennemente la nuova chiesa assistito da parecchi sacerdoti e chierici con larga partecipazione popolare. Il giorno seguente si trasferirono dalla parrocchiale alla nuova chiesa le statue dei Santi Filippo, Luigi e Domenichino. San Filippo fu collocato in una nicchia sovrastante la porta prospiciente il cortile. Questo simulacro nel 1922, 3°cent.rio della canonizzazione del Santo, fu sostituito con un nuovo gruppo: San Filippo che consegna ad un giovinetto un candido giglio e, simmetrica alla statua del protettore della gioventù maschile, fu posta quella di Sant’Angela Merici patrona della gioventù femminile. Sotto la mensa dell’altare fu posto San Domenichino, il piccolo chierichetto di Saragozza che suggellò col sangue la sua fede, ritratto in una statua di legno rivestito in bianca cotta e dalla talare paonazza, chiuso in un’urna di cristallo. Nell’abside a forma di nicchia fu in seguito collocato un gruppo ligneo di tre statue: al centro N.S.del Sacro Cuore, a destra San Luigi in costume da paggio spagnolo, a sinistra Sant’Agnese. Ultimamente nella stanza della sacrestia di destra era posto il Cristo morto in un’urna di cristallo. Nella parte sud, inglobata dall’abside, una torre a pianta quadrata che si slancia verso l’alto con segni di ormai deturpata eleganza,  ormai priva delle campane ma che evoca rintocchi di suoni ovattati nei ricordi.
La torre eretta nel 1923-24 ospitava tre squillanti campane acquistate dal M.R: Parroco di Fiumicello – Brescia e rifuse dalla ditta Vincenzo d’Adda di Crema Il giorno 8 settembre 1924 Mons. Bongiorni si compiaceva di consacrarle mentre negli anni della guerra due campane vennero mestamente calate. Nel 1948 ne furono acquistate altre due, ma ne rimase una sola fino agli anni 1990 sparendo misteriosamente.

20 "Visitazione di Maria ad Elisabetta" - Trignano

Lo spiazzo erboso che la circonda regala un aspetto di tranquilla serenità a questa chiesetta posta ora in ambiente privato ricco di antica eleganza e benessere che gli ultimi proprietari hanno inopinatamente frazionato, togliendo così fascino globale al palazzo sito in contrada Trignano. La posizione attuale, se le consente di essere quanto meno non depredata è però anche il suo limite: inglobata in uno spazio cinto, le è stato tolto quel fascino di libertà e sua naturale funzione di riparo a coloro transitavano sulla via per una rigenerante sosta. La sua facciata esposta ad ovest si presenta dignitosa e da qui si accede all’interno fatto ad aula unica, che ospita due file di panche in legno che fronteggiano la zona absidale.
Abside semicircolare diviso in spicchi simmetrici uniti al vertice che ospita un malconcio gruppo ligneo, contenente un’altare con riporti in rilievo fluorescenti e dipinti in tenui colori.
Sul piano dell’altare un riporto di marmo con altro riporto d’altro marmo venato; forse un qualche segno alla sua costituzione risalente agli anni che vanno dal 1400 al 1500, sicuramente su preesistente chiesetta e/o santella. Sui muri perimetrali dell’aula le rappresentazioni di una via crucis dalle semplici fatture vivacizzano le scarne pareti. Una porticina sul lato destro porta a quella che è divenuta una piccola sacrestia, spazio ricavato con tettoia spiovente su antico intuibile portichetto esterno a loggetta ad archi in mattoni e collegato a questo da angusta nicchia con la scaletta che porta sull’attiguo piccolo campanile. Campanile che pur svettando fra i tetti attigui è da questi limitato agli sguardi lontani, ed è privato della campanella i cui rintocchi erano udibili fino agli anni ’50.
È la sua storia consistentemente ricca di eventi documentati da atti, legati, lettere che testimoniano dei fatti e della sua presenza in questo piccolo villaggio decentrato dal grande traffico ma ricco di testimonianze e con la sua particolare storia fatta di semplicità e operosità contadina della sua gente. Una testimonianza certa ci perviene dagli atti della visita del Vescovo Bollani del 1565, ove troviamo:
“Ecclesia Trignani visitata non fuit quia tota inventa fuit derelicta et Rev. Episc. Mandavit informationes assumi, ut in actis, et ecclesia est sub titulo S. Martini.”
Solo verso la fine del 1500, sui ruderi rimasti venne riedificata una nuova chiesetta, dedicata all’Annunciata prima e alla Visitazione in seguito.
Primo proprietario, Lattanzio Fenarolo come da “legato Bargnani del 1595” che “lascia allo Spedale di Brescia, con obbligo di contribuire £. 100 al comune di Trignano per far celebrare una messa quotidiana nella chiesetta”.
In un atto del 1658 della Curia Eiscopalis Brixiae fu in stretto collegamento con la chiesa madre di Pedergnaga con assegnato il titolo che le venne dato molto più tardi e nel 1905 fu modificato in “Oratorio Beata Virgin Maria ecclesia subj loci Trignani” Visitazione di Santa Maria ad Elisabetta ed in quel periodo utilizzata per messe dal parroco Don Gabriele Camisani.
Un lungo carteggio in originale che abbiamo potuto avere, documenta dal 1850 la storia anche con contrasti fra il Conte Venceslao Albani e i parroci di allora, primo fra tutti Don Antonio Fiuschi del quale è giunta fino a noi fitta e contrastata corrispondenza. Il Conte Albani, bergamasco sposato a Clarina Martinengo e la cui famiglia fu proprietaria del casato di Trignano e della annessa chiesetta, vendette la stessa, per problemi finanziari, a Lazzaroni Luigi fu Giuseppe nel 7 settembre 1865, come risulta dall’atto notarile redatto dal Regio Archivio Notarile in Bergamo N°428.
Piccole diatribe per difetti e pagamenti in base al lascito Bargnani, fra l’Ospedale di Brescia che ne vorrebbe la soppressione e la Curia, caratterizzano vicende di questa chiesa che viene di volta in volta autorizzata, come nel 1905: “Datum Romae ex aedibus eiusdem S.Congregationis die 5 Jannuari 1910” all’uso di “sanctum Missae sacrificium celebretur, cibovis clavis custodiatur, lampas ante Ssmum Sacramentum diu noctuque collucescal et sacrae species frequenter luxta rubricas renoventur, Praesetibus valutis ad quiquennium”.
Mons. Giacinto Gaggia, Vescovo di Brescia con uno scritto, il 6 Febbraio 1915, dice “Precibus fuis in Domino annuentes, ut in ecclesia subj loci Trignano, per Religiosus in Domino ea facultate pollentum erigantur et benedicantus Stationem Viae Crucis licentiam concedimus eum etian in finem ut indulgentiae a Summis Pontificibus hulusmodi pio Esercitio concessae, acquiri possit”, concedendo di fatto l’installazione e l’utilizzo di una via crucis, le cui tavolette dipinte con toni naif, sono ancora visibili e ben tenute.

21 "La Madùnina" - Loc.tà Madùnina Scarpizzolo

È fra tutte quella che ha visto di certo il maggior transito, dapprima i lenti e tranquilli viandanti, ora i frenetici quanto distratti automobilisti.
Defilata dal borgo, posta a cavalcioni delle strade, una che taglia da est a ovest il territorio, l’altra perpendicolare da Sud a Nord, vicino ad una ex-stazione di sosta con osteria dalla storia antica.
Un approdo sicuro per i viandanti di allora che nel santuario, sperduto nella pianura, fra rogge profonde e file di gelsi e pioppi, sotto il sole cocente dei giorni estivi o sotto la neve dei freddi invernali, nelle notti cupe, vedevano un luogo sospirato e rassicurante, ove chiedere protezione e incolumità nell’incerto viaggio.
Viaggi che per i passanti di allora che si facevano a piedi i lunghi chilometri verso Brescia o Cremona era ad alto rischio, essendo divenuta teatro in località “Ponte rosso” sullo Strone di assalti banditeschi.
Nel 1525 la famiglia Maggi ottenne il patronato sulla parrocchia di S.Zenone ed è ai Maggi che si deve in gran parte il rilancio della parrocchia di Scarpizzolo.
Fu in particolare il nobile Scipione Maggi nel 1525 che contribuì sostanziosamente alla costruzione dell’oratorio campestre di Santa Maria (la Madonnina) ed è molto probabile che si debba alla sua benemerita famiglia, più che ai Martinengo o ad altri, se anche la parrocchiale intitolata a S.Zenone fu nello stesso tempo edificata, in luogo di un edificio preesistente ma di più contenute dimensioni. Quel “Lazzaretto”, come è popolarmente designato, con annesso cimitero sorto molti anni prima a seguito della peste sulla scarpata del Laghetto formato dallo Strone.
Notizie sulla sua esistenza le ritroviamo nel 1565, ed è il Vescovo Bollani che ne certifica l’esistenza come “sub titulo Divae Mariae campestris, in qua celebratur singulis solenmitatibus S.Mariae” e presso la quale costituì “Libros necessarios ad exercedam curam animarum”.
Si può ritenere che vi si fermò e vi pregò S.Carlo Borromeo durante la sua visita apostolica alla diocesi di Brescia, nell’itinerario che da Pedergnaga e Scarpizzolo lo portò a Cadignano.
Era il 22 settembre 1580, ed in tale visita viene riportata la sua esistenza come “Oratorio campestre Santa Maria” con un proprio altare dedicato a San Defendente, altare su cui il rettore della parrocchia, interrogato dall’arcivescovo assicurò di celebrare in detta chiesetta tutte le solennità appropriate.
Con la facciata rivolta a ovest, perpendicolare alla strada che conduce al centro di Scarpizzolo, tramite portoncino centrale, si accede all’interno ad uno spazio ad aula unica, divisa dalla zona absidale da un gradino e da due file di balaustra di marmo. Lateralmente pareti di colore uniforme ma senza dipinti, sopra le quali sei lunette semicircolari, filtrano le luci del tempo illuminando un tetto ad una navata con archi convergenti al centro.
Le prime due arcate sono dipinte con colori tenui ed uniformi mentre la parte sull’altare è dipinta con colori vivaci con cielo stellato con angeli ed è preceduta da una scritta centrale “ROSA MISTICA”.
Numerosi angeli festanti dipinti pure sulla luminosa lunetta centrale dell’abside piano con una scritta
“QUASI ROSA IN JERICO ET CYPRESSUS IN MONTE SION”.
Centralmente una nicchia protetta da vetro racchiude la statua della “MADONNA della ROSA”, di buona fattura che rappresenta la Madonna seduta, la quale tiene sulla destra un paffuto Gesù in piedi. In anni recenti è stata soggetta ad un furto che ne ha spogliato l’arredo, e tolto i lampadari centrali e laterali originali.
La chiesa attuale risale al 1926 (col contributo del proprietario del sito certo Lanzani Paolo e con certe concessioni avute dal Vescovo di Cremona) e sostituisce la più antica precedente chiesetta, la cui demolizione portò alla luce, sotto l’intonaco della mensa dell’altare maggiore, anche la data presumibile della sua costruzione. Nell’iscrizione, non del tutto decifrabile, si legge: “Hoc op.f.f. Petrus de Zanarutis et Antonius del Luchias et Andreas et Pa…. die 12 junii 1515”. Costoro probabili signori del posto oppure dirigenti di una disciplina o qualche altra confraternita simile e la sua edificazione esercitò per quattro secoli sulla strada solitaria la sua missione di fede e pietà.
Sul lungo rettilineo Dello-Quinzano, in mezzo alle rogge profonde e agli alberi alti che fiancheggiavano la strada resa paurosa di giorno e di notte perché nessuna casa rustica si affaccia su di essa a rompere la monotona solitudine, il viandante di allora guardava con senso di fiducia a questa piccola chiesa disadorna ove innalzava preghiere per un buon viaggio e l’implorazione per l’incolumità del suo cammino.
Sotto il rozzo porticato che stava a cavalcioni sulla strada, sostavano a lungo, come a luogo di riposo, i carrettieri della Bassa Bresciana che davanti alla porta socchiusa del tempietto davano tregua alla bestemmia ed alle imprecazioni per cogliere un istante di vita dello spirito a implorare pietà soffermandosi a leggere le iscrizioni in latino ed italiano che ricordavano echi di battaglie lontane.
Per la sua costruzione è probabile un sostanzioso contributo sia dovuto alla nobile famiglia Maggi, in particolare Scipione, che nel 1525 otteneva il patronato sulla parrocchia di Scarpizzolo. È ai Maggi che si deve in gran parte il rilancio della parrocchia di San Zenone in Scarpizzolo, per cui nel 1533 il vicario generale del Card.Duranti, vescovo di Brescia confermava loro il diritto di patronato che poi passò ai conti Martinengo Colleoni Caprioli e Calini.
La chiesa abbattuta era comunque impiastricciata di tinte molto grezze e disadorna. Con un’abside semicircolare con al centro una nicchia che accoglieva la statua della Madonna col Bambino seduta sul trono (statua in legno dipinta in vari colori dal sapore arcaico che l’avvicina a quelle sculture in legno e che numerosi artisti bresciani del ‘400 Torelli, Zamara di Chiari e Murari di Brescia hanno diffuso nelle chiese Bresciane).
Quella di Scarpizzolo ha molti tratti di somiglianza a quella della Madonna della Stella di Bagnolo Mella opera dello scultore Zamara Antonio vissuto a cavallo tra il ‘400 e ‘500.
“Madonnina” è nella denominazione comune o “Madonna della strada, o dello Stradone” anche se ufficialmente le fu dato il titolo di “Madonna della Rosa” attorno alla quale il popolo non mancò di ricamarvi leggende e miracoli.
Una tradizione popolare vuole che un giorno la Vergine fosse apparsa con una rosa in mano su di un albero ad una contadina di Scarpizzolo che all’istante riacquistò la vista e che il tronco dell’albero fosse poi stato rinchiuso nel muro della chiesetta.
Nelle discussioni dei viandanti di allora dovevano giungere gli echi di lontani avvenimenti, come nel 1733. Echi di una guerra la cui ansia fu fissata in una lapide dettata dall’allora Parroco: il bergamasco Don Francesco Maitinati (1726-1751) con i seguenti distici latini: “Totus in arma riut mundus cladesque minatur-Marte sonant urbes ruraque Marte sonant- Porrige tu dexteram et tantos compesce furores Numinis aeterni Filia Sponsa Parens Ex devot.Fr. Maitinati rect.1733”.
Affissa all’interno, sopra la porta del tempio così recita: “Bolle ovunque il furor, strage minaccia – E i campi e le città Marte scompiglia – Con la destra frenar l’ira ti piaccia – Madre del Nume, sposa insieme e Figlia”.
Il parroco affidava così alla Madonna il suo gregge e i viandanti ed egli stesso volle essere sepolto nella piccola sacrestia antistante la chiesetta, presso il portico, e sulla sua tomba si poté leggere questa epigrafe ora scomparsa:
“D.O.M.
Franciscus Maitinati , rector optime meritus
Hoc prius sacello refecto
Vivens curavit in ipso tumulus
Oblit die 19 augusti 1751”
Così rimase per secoli, fino al 1926, quando dovendosi allargare e raddrizzare la strada, si decise di demolire la chiesetta e l’arco che attraversava la vecchia strada, per ricostruirla a pochi metri di distanza in linee altrettanto semplici .
Durante la 1^ guerra mondiale la statua della Madonna, causa lo stato pericolante dell’antica chiesetta venne trasferita nella parrocchiale di Scarpizzolo per ritornare in solenne processione, presente il Vescovo di Brescia, il 2 maggio 1926 nella nuova chiesetta e così fino ai nostri giorni.

22 "San Rocco" - Via Mazzini Oriano

È di certo una delle più antiche del paese. Dedicata a San Rocco è divenuta sede di una congregazione religiosa, una disciplina di cui è rimasto il ricordo nel nome del vicolo attiguo al cui inizio essa si trova; vicolo che già nelle mappe più antiche è indicato come “Vicolo Disciplina”. Lìattribuzione certa della sua costruzione è nebulosa ma si presume la datazione e conseguente suo maggior periodo di fulgore attorno al 1400-1450.
È di questo periodo la presenza di affreschi constatati da perizie d’esperti.
Questi affreschi, strappati in passato, di cui riferiremo, sono stati protagonisti di alterne e dubbie vicissitudini che hanno accompagnato la storia di questa chiesetta e il suo continuo quanto furbesco passar di mano in mano. Fino al suo continuo e inarrestabile abbandono e spogliazione, riducendola fino a qualche anno fa ad un rudere e portata allo stato attuale con una inappropriata destinazione d’uso.
Questo intervento, se l’ha salvaguardata esternamente, ne ha stravolto e alterato profondamente la sua destinazione iniziale, facendola divenire di propietà privata, e quindi sottratta all’intelligente fruizione collettiva e i cui dipinti, ora strappati, ci danno la certezza di aver perso un autentico gioiello.
Notizie storiche a noi pervenute:
22 settembre 1565 vi è la visita pastorale del Vescovo Bollani Domenico. Negli atti di tale visita trascritti dal Guerrini non risultano purtroppo note di tale oratorio, anche se si ritiene possa già da tempo essere esistita come sede dei disciplini e quindi, non essendo prettamente sotto la giurisdizione ecclesiastica, non ne sia stata riportata testimonianza.
14 settembre 1572: come seguito alla relazione, nel libro Primo del Bollani troviamo la prima testimonianza storica della sua esistenza, tramite uno scritto di Mons. Cristoforo Pilati che recatosi in visita pastorale afferma: “Oratorio Disciplini, al culto di San Rocco. Ad altare si faccia un gradino di legno e venga dipinto: si ponga sopra una pietra sacra secondo la forma e venga coperto da una tela, si faccia telaio di legno per apporre il paliotto”. Giovan Maria uno dei confratelli, massaro della Disciplina, chiamato rispose: “Questa Disciplina non ha beni eccetto le elemosine che si raccolgono giornalmente. Ha 13 confratelli maschi e 22 donne ed ha i suoi ordini (regole). Si celebra messa nella festa di San Rocco, vi si recita l’ufficio consueto per i fratelli defunti. Ai funerali di ciascun confratello si celebra la messa con l’elemosina consueta. Ogni anno nel tempo pasquale, si mutano i governatori, si fanno i conti alla presenza del parroco e poi fanno un convivio caritativo vestendo i simboli della confraternita. Nel predetto oratorio si tiene la dottrina cristiana delle donne e fanciulli”.
Questo “convivio Caritativo” di cui si accenna erano manifestazioni in cui si distribuivano dei pasti ai più bisognosi ma diventavano anche occasione di un pasto più importante per gli stessi confratelli che, non avendo spazi a disposizione, utilizzavano l’ambiente della chiesa quale luogo di ristoro; cosa questa non ben sopportata dalle autorità ecclesiastiche del tempo che ritenevano fosse svilito il luogo della preghiera.
1580 – marzo, il 17 a Pedergnaga, il 18 a Oriano.
Visita pastorale di San Carlo Borromeo arcivescovo di Milano sul nostro territorio. Visita nell’ordine Cremezzano, Oriano, Pedergnaga, Scarpizzolo e dalla copia dell’originale resoconto della visita troviamo scritto: “Die XVIII Martj 1580 – Oratorium S.Rochi scolarium disciplinatore, garum, ac inornata, sus quo ese alius Oratorii carum cum camino, Ridditus nullus habet. Debita disciplinatori habet regulas non comprobatas. Et di eius crediti ne di constat”.
(L’Oratorio di San Rocco, scuola di Disciplini è piccolo e disadorno, sopra il quale vi è un’altro Oratorio piccolo con camino (focolare). Non ha alcuna fonte di reddito, la scuola dei disciplini non ha regole approvate e non è certa la sua fondazione).
2 Novembre 1581 – Nei successivi decreti di San Carlo Borromeo, redatti l’anno dopo la sua visita pastorale, egli per questa chiesetta di San Rocco, e per i suoi Disciplini, così dispone: “In Oratori St.Rocchi, relegatur ad forma… rerum altare collatur et missa ibi necelebratur”. (Sia ricondotto alla linea di condotta delle disposizioni, ma l’altare sia trasportato via, e le messa non vi sia celebrata).
1610. In questo anno i confratelli dei Disciplini erano in numero di 20 unità, come risulta dal Catastico di GiovanniDa Lezze, il patrizio Veneto eletto nel 1608 Podestà di Brescia che così scrisse nella sua relazione per la Repubblica di Venezia (in quello che risulta il primo tentativo di ordinamento catastale, atto ufficiale di censimento di una terra, quella Bresciana appunto, dal 1426 dominio di terraferma di Venezia e considerata terra di confine e solo più tardi considerata a tutti gli effetti “lombarda”).

“ Oriano, terra lontana dalla Città 18 miglia et dal fiume Oglio 5 , in pianura , confina con Scarpizzolo, Pdernello , Cremezzano , et Pedergnaga di circuito buon mezzo miglio , et il territorio tre Fuoghi n° 100, anime 600 de quali utili 166 ” ……Chiesa diS.Maria Pieve, officiata da un R.do prete con entrata de 500 ducati che cava da terreni. Chiesuola di S.Rocco, dove si riducono I disciplini in n° di 20 ”.

1621: Anno nel quale la disciplina erige una sua tomba ; una lapide sepolcrale nel salone Don Bosco attiguo alla chiesa di Oriano reca un’iscrizione sui Disciplini ivi tumulati in questo secolo , lapide su cui é inciso.
1621
SEPULC.M SOCIET.S DISCIPL.RE
S.TI ROCHI TERRE
ORIANI.
Anno 1714 , 30 aprile : durante la visita pastorale del Vescovo di Brescia , il Cardinal Badoaro ( 1706- 1717) il parroco donstefano sambrini , lascia uno scritto in cui tratta dell’oratorio san rocco.” nella mia parrocchia , vi è oltre la parrocchiale , la chiesa , ovvero Oratorio di San Rocco con i suoi disciplini , dichiarato canon.te eretto come sopra ho detto dall’ill.mo Arc.vo S.Carlo Borromeo , ed aggregato in cui vi é un solo altare . Ha d’entrata all’anno incirca a piccole £. 400”.
Importo modesto e comparate alle entrate del S.S. Sacramento e alla Scuola del Santo Rosario , quantificate in £. 825, e £ . 1066.. ; importi resi comprensibili dal proseguo del resoconto di Don Sambrini:
“ Da molti anni in quà sono state dissipate le sue entrate , e non si é adempiuto alli suoi legati: perchè a cagione delle milizie e guerre passate che infestavano queste terre, si erano dispersi li suoi Confratelli e parte morti;ond’ebbero libertà alcuni usurpatori dè suoi beni di maneggiare l’entrate a loro arbitrio.”
vi è in questa relazione una testimonianza ai fatti guerreschi che hanno caratterizzato il periodo precedente con saccheggi e incuesioni di mercenari , periodi funestati anche da peste .fatti , ricchi di un disordine che consentiva anche ai feudatari locali forti del loro petere giurisdizionale , di interferire e condizionare l’opera del clero nei loro possedimenti, cosa che con certezza successe anche per l’oratorio di san rocco , di fatto autonomo e non sotto tutela della chiesa parrocchiale e divenuto oggetto delle attenzioni di qualche potente. La relazione prosegue con:
“ Ora finalmente si sono di nuovo radunati li Confratelli ,e conseguent,te si va rimettendo il buon ordine : e per soddisfare alli legati , sono già pronti li danari destinati alla celebrazione delle messe , e si darà principio in breve , a cenni di sua Em.za. ; quest’Oratorio , dunque , o Disciplina ha gli obblighi inf.ti cioé ;
“ Ha l’obbligo di far celebrare tante messe, ovvero uffizi, quand’é l’usufrutto dell’eredità del Sig. Domenico Milanese come nel suo test.to vo.to per l’to Uberto Uberti il dì 24 marzo 1650.”
“ Ha l’obbligo di spendere in tante messe l’anno , usufrutto del capit.le di picc.le £ 450 qual’è l’eredità della sig.ra Giulia Bussi , detta la Pompitia , come in suo test,to rog,to dal sig. GioAntonio Uberti , 4 Ottobre1684.“ Ha l’obbligo di spendere in tante messe cinque parti dell’usufrutto di picc,le £. 300 quali sono state acquisite dall’eredità del Sig.D.Franco Ferrari , restando la sesta parte alla chiesa x paramenti e cera , come da suo test.to rog.to dal sig. Uberto Uberti – 9 Agosto 1666.”
Sono questi alcuni legati , conservati nell’archivio parrocchiale , fra I quali spicca quello di Uberto Uberti, notaio di Oriano che redasse in pratica tutti gli atti descritti- come farà agli inizi del ‘700 un suo omonimo;
“ Ha l’obbligo di far celebrare una messa perpetua ad………x legato del sig.Uberto Uberti, come per suo ultimo test.to rog.to dal sig. Sup.re Gandino not.io in Quinzano – 20 Ottobre 1686.Il Cappellano deve essere prescelto da discendenti del sig. Testatore , tanto maschi , come femine, essendovi fra essi qualche sacerdote .La facoltà di eleggerlo l’ha il sig.Arc.te x° tempore , uno della casa Uberti , et il priore de Disciplini , la Limosina , secondo il pratticato della Parrocchiale , e più folto un soldo di più secondo ai tempi , a giudizio delli tre suddetti.Con obbligo preciso delCappellano di servire alla Parrocchiale .Di questo legato sono piò sedici incirca di terra venduti in cup.le di scudi N° 1680” “ Ha l’obbligo di spendere in tante messe cinque parti dell’usofrutto di picc.le $ .300; quali sono state acquistate dall’eredità del Rev.sig. Don Franco Ferrari, restando la sesta parte alla Chiesa x paramenti e cera come x suo test.to rog.to dal sig. Uberto Uberti – 9 agosto 1666.”

1791Visita pastorale di Mons.NANI
L’Oratorio seppur chiuso per mancanza di un sacerdote officiante , era il luogo “ ove venivano a congregarsi tutte le feste dei Disciplini , vestiti di bianco e taciturni a titolo di devozine “ e “ ove vi si teneva inoltre a dottrina delle donne “ ;
Mons. Nani decretò al parroco don Benedetto Bonomi , che tale pratica , per il poco spazio a disposizione fosse trasferita nella Parrocchiale.” Previa tamen solita tela” espediente per dividere la zona della dottrina degli uomini da quella delle donne , mediante stesura di una tela divisoria .

1813- 30 Aprile -2 Maggio Visita pastorale Mons.Nava.
Egli visita l’oratorio di San Rocco da poco riaperto all’uso dopo essere stato chiuso per ordine della pubblica autorità e troviamo trascritto ;
“Indi si è portato a visitare l’oratorio di San Rocco poco distante dalla parrocchia , ove alla celebrazione della messa mancan sopra l’altare due delle tre richieste tovaglie”

1898 Anno del Sinodo Diocesano;
Il sinodo non veniva convocato da ben 200 anni , é accompagnato dalla visita pastorale di Mons. Corna Pellegrini che relaziona altre all0o stato della Parrocchia, dell’Oratorio di San Rocco ,che risulta riaperto , cosicchè I Confratelli si riuniscono “ per celebrare la B.V. Maria ogni festa “ . “ Risulta noltre che vi si niunissero in quest’Oratorio , oltre ai Disciplini , anche i terziari di San Francesco, i devoti di San Luigi e quelle di S.Angela Merici, la santa bresciana fondatrice delle Orsoline” .
1911- L’allora parroco Don Francesco Zentili , opera modifiche e ristrutturrazioni alla chiesetta di San Rocco che stava pian pianocadendo in disuso.
Ai disciplini risultano subentrati I confratelli del S.S.Sacramento nella celebrazione delle funzioni religiose, ma che non contando su nuovi adepti , andavano assottigliandosi pian piano , non riuscendo a sostenere le spese di manutenzione e decoro della chiesa , fino a giungere al 1938 , anno della loro definitiva scomparsa .
1938
anno della visita pastorale di Mons.Giacinto Tredici, che lascia una relazione dalla quale apprendiamo che la chiesetta di San Rocco era in disordine , ma che ospitava un dipinto importante ( si ignora però quale fosse ) definito monimento nazionale dalla Sovrintendenza dei beni culturali.

E’ culturalmente triste ed umiliante vedere quello che sarebbe stato il più importante frammento di patrimonio artistico ridotto a contenitore di tutt’altra valenza artistica.
Perchè asseriamo ciò ? E con quali criteri ci inducono a valutare questa perdita artistica per San Paolo ?
I ricordi dei nostri predecessori saranno alquanto sopiti per ricordare ciò che è stato disperso, ma ci é dato di rendere fruibile a tutti , almeno nell’immaginario artistico di ognuno , un’elencazione “ basata su presisi atti “ che testimoniano il furbesco passaggio di mano dei dipinti , affreschi e tele che ha depredato con scempio irrecuperabile tale sito.
Vi è un atto di vendita della Chiesetta , con rogito notarile N° 8406 di rep.rio gen.le Nà 4575 redatto il 13 Settembre 1967 dal Dr.Casari Giuseppe , notaio di Brescia per il cui acquisto é stato offerto , e accettata la cifra di £. 600.000.
un mese dopo ,l’acquirente “ avendo la proprietà della ex chiesetta di San Rocco di Oriano di San Paolo concede e dona personalmente a :: :::::: :::::::::::”
Il quale 15 giorni dopo , personalmente e con sorprendente rapidità vende tuttoal pittore Pietro Manenti di Castrezzato , per un a ingentissima somma , il quale pittore si affretta a ritirare in toto , tutto il materiale artistico. Cosicché lo scempio si conclude.